“E piantala. . Perché non ti fai offrire da bere dal tuo amico, sì … da Alarico, il terrore di Roma? Sei solo un vecchio scimunito nato scemo, ehehe.”
Lo scoppio d’ilarità si diffuse per la sala mentre le prostitute che servivano ai tavoli si chiedevano del perché la copa(1) tollerasse la presenza dell’anziano. Viveva nella stalla insieme alle bestie e delle bestie aveva preso lo stesso odore.
“Và via.” Lo rimbrottò Henga
“Un solo sorso.”
“Avrai qualcosa da mettere sotto i denti domattina dopo che ti sarai dato una ripulita. Puzzi come una capra.” Disse sarcastica sniffando ironicamente l’aria intorno provocando un nuovo scroscio di risa.
“ C’è stato un tempo in cui non avresti mai osato parlarmi in questo modo. Io, io che ho combattuto con gli ultimi gloriosi generali di Roma …”
“Tu sei solo uno scimunito ed adesso tornate nella stalla insieme ai tuoi pari, sono quelli i tuoi generali adesso.”
Ulfer, stizzito per il prolungarsi della pietosa scena si voltò di scatto lanciando una grossa manata sulle spalle dell’anziano, questi lo guardò esitante, poi il pugno dell’altro lo centrò dritto sul mento mandandolo a sbattere pesantemente sulle assi di legno. L’impatto gli spezzò il fiato, ma prima che potesse rimettersi sulle ginocchia ad un cenno dell’altro, due uomini gli si affiancarono e trascinatolo dalle spalle lo scagliarono senza tanti complimenti oltre la soglia. La pioggia aveva smesso di venire giù dal cielo quel pomeriggio, ma le pozze d’acqua ed il fango non erano state assorbite ancora dal terreno. Il liquame gli schizzò addosso inzuppandolo inesorabilmente. Lentamente ed a fatica si rimise in ginocchio, poi, poggiandosi con la mano buona in terra, s’issò in piedi mentre poneva il moncherino del braccio destro sotto l’ascella. Pulsava terribilmente come se potesse sentire ancora il peso della grossa spada che un tempo portava in battaglia. Avrebbe glorificato gli dei, No. Non gli dei … Dio. Lui era un cristiano adesso, da quando Costantino aveva reso ufficiale la religione del dio della croce ed il vescovo Ario(2) aveva diffuso la buona novella tra la sua gente era un cristiano, solo che a volte si scordava di esserlo. Si, avrebbe glorificato Dio in eterno pur di ottenere il perdono.
Barcollò vistosamente per un battito del cuore, poi a fatica e, zoppicando penosamente, entrò nella stalla. Una lanterna emetteva una flebile luce ed un uomo lo attendeva guardandolo ironicamente. Aveva circa quaranta inverni, i capelli rossicci e le ciglia vagamente cespugliose, ma i due occhi in basso sprizzavano intelligenza ed ironia.
“Garth …”
Il vecchio si fermò incredulo e, chiusa la porta alle sue spalle rimase impietrito ad osservare il guerriero incapace di dire una parola. Non era invecchiato neppure un inverno dall’ultima volta che l’aveva veduto. I capelli gli si rizzarono dritti su per la nuca mentre la pelle gli si increspava come quella di un pollo. Il freddo della sera divenne puro ghiaccio.
“ Tu … sei morto.”
“Come tutti coloro che hai mandato nell’Annwn (3). Te ne sono grato.”
Gli occhi del vecchio saettarono impauriti dentro gli accessi più oscuri della stalla: un guerriero cereo in volto, la gola tagliata si fece innanzi. Dietro di lui, si aprirono avanzando sulle ali circa trenta spettri.
Garth cadde sulle gambe coprendosi gli occhi col braccio buono. “Andate via, andate via.” I singhiozzi lo scossero inesorabilmente e la voce spezzata dal pianto si diffuse nell’aria.
La solida mano gli si posò sulla spalla e l’urlo reale, incontrollato, fece da eco al rombo di tuono di un solo battito del cuore prima.
Gretha, la copa, l’osservava con gli occhi carichi di compassione. “Ancora i tuoi incubi?” La dolce voce lo riscosse dal terrore in cui era caduto. ” Niente, non è niente …” Riuscì a gracchiare ancora visibilmente turbato.
“ Hai qualcosa d’asciutto?”
“ Sì …”
La donna l’accompagnò fino al giaciglio e qui, da una rozza sacca, estrasse una lurida tunica. ” Dovresti darti una lavata.”
Il vecchio annuì senza riflettere. Non ascoltava le parole della donna, lo sguardo era fisso ed incredulo in un punto preciso tra la staccionata dove un puledrino succhiava il latte dalla madre e le balle di fieno poco distanti. Qui il guerriero continuava a fissarlo.
“Vedi ancora qualcosa?”
“No… nulla.”
Si levò gli stracci bagnati mettendo in evidenza il corpo segnato dalle cicatrici.
“Devi aver sofferto tu …”
“… non lasciarmi dormire solo questa notte, ti prego. Non lasciare che lui si avvicini ricordandomi il peccato.”
Gretha l’osservò circospetta.
“Mi basta solo che tu rimanga qui accanto a me, non voglio restare solo, te ne prego.”
“ Sei un povero cavallo matto, vecchio. Tornerò a darti un’occhiata appena avrò chiuso la locanda.”
La donna si accostò all’uscita mentre Garth, voltatosi su di un fianco, chiuse le palpebre … ” Non … non importa, va meglio … adesso va meglio. Va meglio.”
La copa lo guardò compassionevole. ” Ti mando una delle ragazze se proprio vuoi.”
L’uomo sghignazzò “No, no … va via, via.”
Sotto le palpebre Garth non vedeva più il buio, ma il fumo nero dei cadaveri bruciati a causa della pestilenza diffusa nella città sotto assedio. Non udiva più le domande della donna, ma le urla di trionfo dei guerrieri quando un gruppo di schiavi all’interno delle mura aprì loro la Porta Salaria. Cinquecentomila goti si riversarono come un fiume in piena tra le strade dei Cesari.
Alarico. Da quando aveva abbandonato le insegne legionarie e divenuto il loro capo aveva tentato di penetrare nell’Urbe altre due volte, ma in entrambi i casi fu respinto e sconfitto da quel che fu il suo solo amico e comandante: Stilicone (4), l’ultimo dei generali di Roma e fratello di spada.
Pianse lacrime furenti alla notizia della morte del condottiero, ucciso non in battaglia, ma sui gradini di una chiesa dopo che gli era stata promessa salva la vita. Onorio, imperatore romano d’occidente non meritava alcuna pietà.
Le pupille saettarono veloci ed ora il re dei Goti cavalcava al trotto tra le rovine di quel che un tempo era stato il centro del mondo e, mentre incedeva, osservava indifferente la morte passargli accanto. Gli schiavi liberati si vendicarono dei padroni trascinandoli sulle soglie per poi scannarli. I templi pagani violati, le reliquie sottratte ai luoghi di culto e portate in oscena processione sulla soglia del Vaticano sotto gli occhi compiaciuti di papa Innocenzo (5), mentre auguri (6)e feziali (7)venivano sgozzati e le (8)vestali violentate, uccise senza pietà alcuna.
Arrestò il cavallo davanti il tempio dei Dioscuri (9), sorrise pensando all’oro accumulato all’interno. Niente aveva più importanza. Stilicone era morto e con lui Roma. Non c’era onore, non c’era battaglia, solo una resa incondizionata ed un vigliacco in fuga: Onorio. Fu in quel preciso battito del cuore che prese la decisione. Spogliare le casse dell’erario, accumulare quanti più tesori poteva e stabilirsi in Africa. Lontano da intrighi sciocchi ed inconcludenti. Avrebbe potuto prendere la porpora e farsi incoronare in quello stesso preciso istante. A che scopo? Era stanco … stanco.
“ Portatelo fuori.”
Il sacerdote non aveva più di cinquanta inverni e osservava i guerrieri a cavallo con noncuranza. Impavido. Un peccato che fosse pagano.
” Di quanto oro disponi?”
“ Neppure un’oncia cavaliere.”
Scese da cavallo sguainando lentamente il lungo spadone.
” Non ti ho chiesto dove si trova, questo lo so già e so anche come prenderlo.”
“ Sei Alarico, vero?”
“ Lo sono.”
” Nessuno aveva osato tanto sin dai tempi di Brenno(10). Sii tu maledetto, possano le tua mani lorde di sangue piagarsi giorno dopo giorno e l’aria che respiri farsi incandescente nelle tue viscere. Possa tu incontrare i divini gemelli nell’Ade e scontare la tua pena in eterno. Possa tu …”
Non completò mai la frase. Alarico gli tranciò la testa di netto. Il capo rotolò ai suoi piedi continuandolo a guardare in modo accusatorio mentre il fiotto violento di sangue fuoriusciva incontrollato dal troncone riverso ora sui marmi rosso vermiglio.
Tre guerrieri gli condussero davanti due giovinetti.
” Chi sono?” Domandò.
” Castore ” Disse il primo … ” ed io Polluce.” Continuò il fratello.
Alarico li osservò stralunato per un battito di ciglia prima che i due continuassero all’unisono.
” Presto, quando il ciclo della vita avrà fine, prima che le vene ti si secchino, ricorda …”
Infastidito li fece allontanare ma le parole finali lo raggiunsero ugualmente … ” … ti, dei Dioscuri.”
L’improvviso silenzio costrinse Alarico, oramai giunto sulla soglia del tempio, a voltarsi giusto in tempo per vedere il secondo dei fratelli cadere nella polvere con l’indice accusatorio puntato contro. “Ricordati dei Dioscuri “
Gli occhi turbinarono vorticosamente ancora una volta e le immagini si spostarono in una tenda illuminata da puzzolenti lanterne ad olio simili a quelle che infestavano la taverna, ma che non attenuavano il puzzo della carne in decomposizione dell’uomo ancora vivo.
Garth sedeva al fianco del moribondo evitando di toccarne la pelle infetta mentre un vicario di Cristo gli impartiva l’estrema unzione.
” Dove, dove siamo?”
” Consentia, nel Bruzio(11).”
“Quanto? … Da quanto tempo?”
“Un mese, mio signore.”
” Fa freddo.”
” E’ inverno, mio signore.”
” Non … non voglio morire.”
” Guarirai presto.” Mentì volgendo il capo sulle ombre che danzavano sullo sfondo.
” No … loro sono qui.”
” Non c’è nessuno a parte me ed il sacerdote mio signore. La febbre ti è causa di delirio.”
” No … l’oro … l’oro è maledetto, maledetto.”
Garth l’osservò evitando di aggiungere altro.
” Dov’è Ataulfo? “
” Tuo cognato è a sud, ci sta spianando la strada verso la Sicilia”
” Mi sei fedele? … Sei fedele al tuo Re?”
” Lo sono, mio signore.”
” Allora fa che alla mia morte non rimanga traccia alcuna della mia tomba e dell’oro rubato…”
” Ma … “
” Sono stanco di tutta questa sofferenza.”
” Guarirai.” Mentì nuovamente.
” Uccidimi Garth, poni fine con mani pietose a questo strazio.”
” Non … non posso.”
Il sacerdote uscì dalla tenda elargendo un ultimo sguardo pietoso al moribondo. Qualunque malattia l’avesse colto, lo stava uccidendo impietosamente.
“ Uccidimi Garth. Uccidimi prima che loro mi prendano. Uccidimi.”
” Chi vedi, mio signore?”
” I Dioscuri!”
L’uomo estratto un lungo stiletto dalla cintura al fianco, gli si accostò evitando accuratamente di toccarlo.
” Allarga le braccia, mio Re.” Sussurrò mentre le lacrime gli bagnavano il viso.
La lama si conficcò sotto l’ascella sinistra piantandosi dritta nel cuore. La fuoriuscita di sangue fu minima. Sedette scosso dai singhiozzi fino a quando il sacerdote si ripresentò sulla soglia
” Galla Placida(13) chiede di vedere il Re.”
” E’ morto. Il Re è morto.”
Garth si rigirò sul pagliericcio incapace di prender sonno, i ricordi si affollavano più vividi che mai … quel che accadde in seguito fu dettato solo ed esclusivamente dal dovere. Nessuna scelta.
Lasciò che il resto delle truppe proseguisse il cammino a Sud e, profittando dell’assenza di Ataulfo, trafugò il cadavere e l’intero tesoro proveniente dal tempio maledetto con l’aiuto di trenta dei guerrieri appartenenti alla guardia personale di Alarico per poi dileguarsi per sempre. Nessuno fece ritorno.
Avvolsero il corpo in bende di lino deponendolo in una grotta nei pressi del fiume Busento. Dopo aver individuato la parte più stretta del rio, ai piedi di una rupe scoscesa, ne deviarono il corso provocando una frana. Fu la parte più facile, attesero che il letto del fiume si asciugasse, quindi trascinarono l’irrequieto cavallo di Alarico e gli aprirono la gola da un morso all’altro, attesero che finisse di scalciare, poi lo impalarono su di una picca ricavata da solido legno di pino. Legarono le estremità a dieci funi e dopo averlo calato in una fossa larga circa 20 passi e profonda dieci, tre uomini vi scavarono nel centro un’ulteriore buca, profonda abbastanza da poter sostenerne la base del sostegno. Quindi, una volta che il palo fu vicino al foro, tirarono le funi che trascinarono faticosamente il pesante fardello al centro del buco issandolo verso l’alto. Non si sarebbe dovuto notare nulla, dopo che la terra avesse ricoperto il tutto. Il palo fuoriusciva dal petto del cavallo costringendo la bestia ormai morta a levare le zampe inerti verso il cielo. Sembrava quasi si stesse impennando.
La vestizione di Alarico fu semplice. Garth ordinò che indossasse la corazza con cui era solito andare in battaglia, lo scudo rotondo nella mano sinistra, una lunga spada da cavalleria nella destra. Fissarono la macabra composizione con corde di cuoio mentre il cadavere fu unito al cavallo inchiodando i punti di contatto delle due armature. Il tesoro fu gettato nella fossa senza pensarci troppo, nessuno ebbe la tentazione di sottrarre nulla. Per quanto avidi potessero essere, quello era il tesoro di Alarico e, quel tesoro, era maledetto. La superstizione talora, fa più di mille guardiani.
Ricoprirono il tutto con estrema delicatezza badando a non colpire direttamente il cavaliere al centro della fossa.
Il lavoro più lungo, faticoso, duro, fu ripristinare il corso del Busento. Lavorarono alacremente per quindici giorni levando ogni singolo macigno e zolla di terra con estrema precisione. Quando la barriera fu divelta, il fiume riprese a scorrere sotto gli occhi sconsolati dei guerrieri.
Garth decise di nascondersi per qualche giorno nelle grotte nei paraggi per accertarsi che nessuno li avesse spiati. Poi dopo esser tornato un’ultima volta sulle rive del fiume si apprestò a concludere la missione.
La tormenta ebbe inizio nel tardo pomeriggio, le sferzate di vento gelido portavano i fiocchi ben oltre l’antro. I tenui fuochi pareano non scaldare i corpi infreddoliti dei guerrieri che tendevano le orecchie al lontano canto dei lupi. Garth si mosse solo quando fu ben certo che tutti dormissero, tutti eccetto la sentinella appostata nei pressi dell’entrata. Fu la prima a morire e l’unica ad emettere un rantolo reso vano dall’infuriare della tempesta. Le lacrime scorsero copiose in un vortice di sentimenti strazianti, pregò ogni dio cui aveva avuto la ventura d’imbattersi senza che nessuno gli portasse conforto. Sgozzò ogni singolo compagno per impedire che il segreto potesse essere in qualche modo divulgato, poi, colmo d’orrore, poggiò il braccio destro su di una fredda pietra.
Riaprì gli occhi e si piantarono in quelli freddi del proprio Re. Li richiuse e la lama stretta nel pugno della mano sinistra saettò senza esitazione troncandogli di netto il braccio al di sotto del gomito.
Li riaprì nuovamente ed Alarico lo fissava gelido nella sua armatura.
” Non hai sofferto abbastanza?”
” Ho sofferto ogni giorno, ogni respiro di questa sporca vita.”
” Tu sei l’ultimo.”
” Lo sono. “
” I tuoi compagni ti aspettano. In tutti questi anni non hai tradito il mio segreto.”
” No signore, non l’ho fatto.” Pianse ancora.
” Afferra il mio braccio. Non soffrirai, te lo prometto.”
Un’improvvisa folata di vento spalancò violentemente la porta della stalla spegnendo il tenue bagliore della lanterna nello stesso battito del cuore in cui Garth cinse il polso del Re dei Goti tra gli sguardi gelidi dei trenta guerrieri, poi, il buio.
” Non soffrirai.”
Buio.
Luce.
Buio.
Luce.
Le nebbie si schiudono sottili.
Io vivo.
1 Copa: Ostessa
2 Ario: 256-336 erasiarca del IV secolo.
3 Annwn. Oltretomba celta, si ritiene che i Goti di Al arco discendessero dal ceppo celta e non germanico.
4 Flavio Stilicone:359-408. magister militum
5) Papa Innocenzo, sul soglio pontificio dal 401 al 417
6) auguri: interpreti del volere divino
7) feziali: sacerdoti usati per scopi militari ed interpellati durante le trattative di pace.
8) vestali: sacerdotesse votate alla dea Vesta
9) Tempio dei Dioscuri: dedicato ai greci Castore e PolluceNegli ambienti aperti nel podio erano conservati i pesi e le misure ufficiali e alcuni di essi erano utilizzati come “banche” o depositi.
10) Brenno: a lui si deve il primo sacco di Roma nel 390 a.c.
11) Bruzio: antico nome della Calabria
12) Consentia: antico nome di Cosenza
13) Gallia Placida: sorella dell’imperatore Onorio, presa come ostaggio durante il sacco di Roma e successivamente, dopo la morte di Alarico, data in sposa al successore Ataulfo.
Sara, Miguel Bosè
Per un po’ di novità fuggì da casa sua
e volò via… e volò via
Per cercare libertà aprì la porta al cuore
per incontrare il mondo
“Oh! … Non mi farò fregare” dice
“ Io smetterò… poi cambierò
ma al tavolo del bar si fa mille promesse
che non valgono niente
Oh! … Sara… Sara
Oh! … se tu vedessi Sara
che non riesce a far bene l’ amore
che non vuol neanche starci a pensare
In viaggio da sola… lei la vita la prende così
non è mai sicura… Sara, Sara
a chi lei, domani, dovrà dire ancora di sì ?
a chi lei, domani, chiederà “ Che ci faccio io qui ? ”
A quel tavolo del bar
regala per un grammo tutto di sé, troppo di sé
per un po’ di novità scommette la sua vita
e tutti i sogni tutte le idee
Oh! … “ Vorrei ricominciare” dice
ma non lo sa come si fa
e al caldo di quel bar le nevica sul cuore
e sente freddo dentro
Oh! … Sara… Sara
Oh! … Se tu vedessi Sara
che non riesce a far bene l’ amore
che non vuol neanche starci a pensare
In viaggio da sola… lei la vita la vive così
non è mai sicura… Sara, Sara
a chi lei, domani, dovrà dire ancora di sì
a chi lei, domani, chiederà “ Che ci faccio io qui? ”
/
/
Vi chiederete " Ma che palle questa ci stressa sempre col suo nome!!! " , e avete ragione cari lettori, ma lo faccio solo per conoscerci meglio. Quando ero ragazzina mi ascoltavo mille volte questa canzone e mi sentivo come questa Sara, indifesa e incosciente davanti all' amore. Oggi me la ricordo molto bene, questa canzone, e mi rivedo nella Sara di allora... Eppure mi chiedo " Ma sarà stato il racconto di una prostituta? " Beh certo che io prostituta non lo ero anzi ero piuttosto una suora!
Così ora vi chiedo ancora un po' di pazienza perchè vi racconto di come mi vedo oggi. Ecco come mi vedo io ora, Sara:
/
/
** FadanaJ **
Mi stiracchio sul balcone e saluto il sole.
Mi stropiccio gli occhietti neri e vuole
lo sguardo accarezzar gli sparuti cipressi
in questo sputo di verde al di là dei riflessi.
Mi sento una piccola jana che canta nella città in catalessi…
Mi canticchio un’ arietta e dondolo un po’,
dimenticandomi le paure e le preoccupazioni, so:
so che devo andare avanti anche se si fatica, coraggio,
concedo l’ ultimo sguardo alla tortorella sul faggio…
Mi sento una piccola fata che abbraccia solo i cieli di Maggio…
Mi sgualcicchio la celeste camicia da notte
sedendomi sul piccolo tavolino da studio, lotte
cercando di tenere a mente le parole scritte sul testo,
penso che devo tagliare la striscia d’ arrivo per ciò che a volte detesto.
Mi sento un’ esile jana che lotta in un mondo funesto…
Mi sbattucchio sulla poltrona rossa del pc a volte,
trotterellando veloce sui tasti grigiastri e molte
molte parole nascono e si dipingono di nero sui fogli virtuali,
e mille volte le rileggo finchè compaiono su blog che paiono tutti uguali.
Mi sento un’ intrepida jana che trova nuovi lavori manuali…
Mi risucchio i libri di letteratura italiana in testa,
e mi elettrizzo quando arriva l’ unico giorno di festa.
la mia mente frizza in aria, il sangue diventa gazzosa,
e quando arriva il mio amore dimentico ogni cosa.
Mi sento una jana frizzante che svolazza leggera e sfarzosa.
Mi stiracchio sul balcone e saluto le stelle,
accarezzando le nuvole e sentendo la brezza sulla pelle.
Fumacchio un po’ e la scia biancastra sfiora la notte
finchè chiudono gli occhietti alcuni lampioni… Buonanotte...
Mi sento una jana che si appisola sotto il cuscino stanotte.
/
/
E voi? Come eravate da ragazzini? Scommetto che ogni tanto ci pensate e magari vi chiedete se avreste potuto cambiare qualcosa della vostra vita o se vi va bene così eh? Prego! Questo spazio è per voi :) , raccontate pure nei commenti!
sono
allegra,
raramente
amara.
Buon giorno,
mi riallaccio alla tua, PierLuigi, che tambureggia urla di morte... Anche se l' hai già letta:
+ Grida di morti +
Mostri spettrali nella chiesa campestre cantano
e uniti per mano formando un cerchio ballano.
Biancastre e gelide dita si stringono forte
urlando contro la cupola a botte “ morte” .
E neri rami all’ esterno gridano contro il cupo cielo
Li pare sentire un piccolo e grigio omicciolo lontano
e allora lui poggia la mano sul suo piccino orecchio… Turbano,
ma a lui paiono dolci melodie canterine
perciò si lascia trascinare da queste putrificanti latrine.
E neri rami all’ esterno gridano contro il cupo cielo
Poggia il suo leggier piedin il buon omicciolo, piano,
ed ecco lo accoglie un nero ma sveglio sagrestano
che gli dice “ prego gentil signor, non indugiate ad entrar”
e l’ omicciol picciolin compie un inchin mentre l’ omuncolo nero “ presto non indugiar” lo tratta alla par.
E neri rami all’ esterno gridano contro il cupo cielo
Non indugia l’ omino picciol, non è condotto nella chiesetta invano,
ed entra allora scappellandosi, così come facevano un dì lontano lontano.
Dondolando sulla navata mangiucchiata, intravvede le ombre tese.
L’ omino picciuol ingenuo assai è “ vieni omicciol canta con noi” , disse una cupa voce con le mani distese.
E l’ omiccino grigio, tutto picciol, così la manina diede
e nell’ infero orrendo con loro discese.
E neri rami all’ esterno gridano contro il cupo cielo
E ora qualche un haiku in più:
+ Morte oscura +
Spiriti- pece
nella chiesa campestre.
Aliti di morte.
/
in chiesa
nella campagna sola
ballo di morti.
/
Una volta, sicuramente, le nonne raccontavano ai nipoti queste leggende legate alle tradizioni popolari della Sardegna.
si diceva che nelle chiese, forse in periodo di festa o durante ricorrenze particolari, che le anime dei morti cantassero e ballassero in cerchio. Capitava che, incuriositi, qualcuno venisse catturato da queste voci e che, unitosi al ballo, fosse portato via con loro nel mondo delle anime perdute.
La pioggia cadeva triste e lenta
quell’oscuro pomeriggio autunnale.
Le lancette scandivano veloci le sette.
Battito – Attesa.
Dove sei?
………….
Un modo come un altro per dire addio,
forse meno triste di altri,
ma quella pioggia era triste e lenta
quell’oscuro pomeriggio autunnale,
quasi a riempire la vacuità
d’un cuore senz’anima
alla ricerca della fiamma vitale.


Rabbia incontrò Odio e disse
“ Vieni con me e conoscerai Morte”
Odio si voltò, guardò Rabbia dritto negli occhi
e sorridendo rispose
“ Odio e Morte…è come dire Fiamma e Inferno
…sii tu con me e
conoscerai Amore, perché come tutti sanno
non v’è Odio senza Amore e non v’è
Amore senza Odio.”
D’allora Rabbia Odio Morte e …Amore,
non sono che l’essenza di un’unica fonte:
me, Uomo.
Vola il cuore vola leggero sulle ali della speranza.
Un volto incorniciato dai veli del tempo.
Scolpito negli occhi, intatto nel cuore.
Volano le nostre vite in un rondò senza fine.
Volano senza senso, senza scopo ... eppure
dopo mille vite eccoci ancora qui ... così
distanti ma mai così vicini come nel battito del cuore
della farfalla fuori dalla tua finestra ... non la mia.
Troppe parole, troppi sogni troppi pensieri
si perdono e si torcono nel vento che spira che spira
lontano sempre più lontano a portare una carezza sul volto.
Il tuo volto.
Scolpito negli occhi.
Intatto nel cuore.

Strane le canzoni che escono
dal cuore e dall’anima del mio forzato ardore.
Temi di morte, solitudine e
amore s’innalzano a lor dirsi con fulgore,
ma stanco son io di tutto questo dolore, causa
di tanto cruccio e rancore.
Amore spensierato e mai vissuto, come potrò continuare
senza un tuo aiuto? Risposta tu non hai ed io son